Focus: Aldo Carpi. Il sogno, un'aria di famiglia 2011-04-14 - 2011-09-04

Il grande quadro di Aldo Carpi La mia famiglia, esposto alla Biennale di Venezia nel 1930, fu acquistato dal Comune di Milano nel 1933 dalla Galleria Pesaro. L’anno prima, la Biennale aveva dedicato a Carpi una personale con 22 dipinti.
Il pittore vi si autoritrae al cavalletto, in posizione leggermente defilata e già con un’aria da patriarca nascosto, con la sua gran barba, lasciando la scena alla moglie Maria Arpesani e ai figli.
Quella di Aldo Carpi e Maria Arpesani era una famiglia ricca di talenti artistici, che avrebbe avuto una posizione importante - anche se un po’ dimenticata - nella vita culturale della Milano del Novecento.
Aldo (Milano 1886-1973) era stato allievo di Cesare Tallone a Brera e aveva cominciato a esporre alla Biennale di Venezia dal 1914, essendovi regolarmente presente fino al 1952, quando partecipò a un’antologica di "maestri". Mentre la sorella Margherita sposava lo scultore Libero Andreotti, lui nel 1917 si unì a Maria, figlia di quel Cecilio Arpesani cui si devono importanti testimonianze della cultura architettonica neoromanica milanese a cavallo del 1900, soprattutto applicata a chiese (Sant’Agostino in via Copernico) e istituti religiosi (le Marcelline in piazza San Tommaso). Dopo il matrimonio, nell’arco di una decina d’anni arrivano sei figli: Fiorenzo, Pinin, Giovanna, Cioni, Paolo e Piero.
Dopo la Grande guerra, cui aveva partecipato da volontario lasciandoci una splendida raccolta di disegni sulla ritirata dei Serbi, si afferma sulla scena artistica milanese e nazionale con una pittura di alta qualità indifferente alle lusinghe delle mode: nel 1930 ha la cattedra di pittura a Brera (tra i suoi allievi troveremo Cassinari, Morlotti, Dova…) e nel 1937 vince una medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi, mentre a Milano realizza una via crucis per Santa Maria del Suffragio e vetrate per San Simpliciano e il Duomo (la prima a sinistra), usando moglie e figli come modelli.
Durante la guerra, l’esperienza della deportazione - e la tragica morte del figlio Paolo - è raccontata nel testo e nei disegni del Diario di Gusen, pubblicato nel 1971. Di nuovo a Milano dopo la Liberazione, viene acclamato direttore dell’Accademia di Brera e già nel 1945, sotto la sua guida, gli allievi possono ricominciare a disegnare in aule ancora semidiroccate dai bombardamenti.
La ragione di questa mostra, nel percorso del nuovo Museo del Novecento, è di ritrovare un pittore che nella storia artistica di Milano meno frequentata - ma non per questo meno importante - ha avuto un ruolo centrale, per quanto ha fatto e per le generazioni che a Brera ha formato.
Di La mia famiglia sono da ammirare, prima dei personaggi messi in scena, il linguaggio pittorico, la solida struttura compositiva accademica nobilmente trattenuta che funziona da trampolino nascosto per attingere a una dimensione di narratività liricamente intimistica. È un quadro quasi da Nuova Oggettività, ma con certi scuri, certe dolcezze, una vibrazione dell’atmosfera a tenere insieme figure e ambiente che subito dichiara quel naturalismo lombardo, appena appena scapigliato, del quale Carpi è figlio.
Altrettanto stimolante è il soggetto: una famiglia che alla cultura artistica non solo milanese ha dato altri ingegni.
Il bambino più grande, con il tamburo, è Fiorenzo (1918-97), compositore, che subito dopo la guerra entra da protagonista - con trasognato distacco - sulla scena musicale milanese (e italiana), a cominciare dall’esperienza al Piccolo Teatro, inizio di un rapporto con Giorgio Strehler durato cinquan’anni. Oltre a una quantità di musiche di scena per il Piccolo, negli anni Sessanta Fiorenzo ha contribuito in maniera decisiva alla stagione delle canzoni d’autore - e della "mala" - musicando testi di Strehler, Fortini, Arbasino, Fo, Calvino (Ma mi la più cantata); ha poi composto la musica del Pinocchio di Comencini e tante musiche per film (come Zazie nel metro di Louis Malle). La sua opera d’avanguardia La porta divisoria, dalla Metamorfosi di Kafka con libretto di Strehler, era stata programmata alla Piccola Scala nel 1957, ma a tutt’oggi non è mai stata messa in scena. Fiorenzo la considerava il suo lavoro più importante.
Poi c’è Pinin (1920-2004), il bambino con la bandiera, diventato uno dei più originali narratori e illustratori italiani per l’infanzia a partire da Cion cion blu, scritto nel 1964 e pubblicato nel 1968. Ma aveva esordito già nel 1941 illustrando il libro di Attilio Gatti Saranga il cacciatore, edito da Garzanti e tradotto dall’inglese da Maria Arpesani: una specie di passaggio di testimone, visto che il precedente libro di Gatti, Saranga il pigmeo (edito anch’esso da Garzanti nel 1939), era stato illustrato da Aldo.
Seduto per terra c’è infine Cioni (1923), che con i suoi lavori ironici, surreali, pieni di un’energia inventiva estremamente libera, da grande ha attraversato i territori dell’arte italiana del secondo Novecento come film maker e artista concettuale.
In mostra, il quadro di Aldo dialoga sia con una scelta di storiche fotografie di famiglia, firmate Sommariva, sia con brani musicali e spartiti, tavole illustrate originali, film d’artista: minimali esemplificazioni del lavoro condotto sempre sul filo dell’immaginazione da Fiorenzo, Pinin e Cioni, diventati grandi ma non troppo diversi, nelle loro variopinte invenzioni visive e sonore, dai bambini dipinti dal papà negli anni Venti.
È il sogno il filo conduttore: di una certa aria di famiglia e della mostra, come ci ricordano le terzine conclusive di un sonetto di Pinin dedicato alla mamma, Maria Arpesani:

Fiorenzo suona dolce l’Allegretto
E Paolo scruta attento una cartina,
Cioni zufola un Vivaldi perfetto,
mentre Piero ispeziona la cantina.
Papà è nell’orto. Innanzi al cavalletto
Mira i colli e dipinge una marina.